mercoledì 23 marzo 2011

Terra di fate di Edgar Allan Poe



                                                                








                           Valli di nebbia, fiumi tenebrosi

e boschi che somigliano alle nuvole:

poi che tutto è coperto dalle lacrime

nessuno può distinguerne le forme.

Enormi lune sorgono e tramontano

ancora, ancora, ancora ...

in ogni istante

della notte inquiete, in un mutare

incessante di luogo.

E così

spengono la luce delle stelle

col sospiro del loro volto pallido.

Poi viene mezzanotte sul quadrante lunare

ed una più sottile delle altre

(di una specie che dopo lunghe prove

fu giudicata la migliore)

scende giù,

sempre giù, ancora giù,

fin quando

il suo centro si posa sulla cima

di una montagna, come una corona,

mentre l'immensa superficie,

simile a un arazzo,

s'adagia sui castelli

e sui borghi (dovunque essi si trovino)

e si distende su strane foreste,

sulle ali dei fantasmi, sopra il mare,

sulle cose che dormono e un immenso

labirinto di luce le ricopre.

Allora si fa profonda - profonda! -

la passione del sonno in ogni cosa.

Al mattino, nell'ora del risveglio,

il velo della luna si distende

lungo i cieli in tempesta e,

come tutte le cose,

rassomiglia ad un giallo albatro.

Ma quella luna non è più la stessa:

più non sembra una tenda stravagante.

A poco a poco i suoi esili atomi

si disciolgono in pioggia: le farfalle

che dalla terra salgono a cercare

ansiose il cielo e subito discendono

(creature insoddisfatte!) ce ne portano

solo una goccia sulle ali tremanti.




       






















































































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